TRA I CRISTIANI SENZA DIRITTI

BANGLADESH

In questo Paese essere cristiano significa non avere diritti. “Chi professa la nostra fede non ha vita facile”, spiega Padre Valoti, Superiore regionale dei Saveriani, che gestisce l’orfanotrofio maschile di Satkhira, mentre mostra la struttura. Oltre al pericolo concreto di rimanere uccisi per mano dei terroristi, i cristiani – come anche l’altra minoranza, gli indù – sono costretti a subire una serie di soprusi quotidiani. “Qui in Bangladesh si dice che tutte le religioni abbiano gli stessi diritti, ma poi in concreto succedono delle differenze”. 
 

Novembre 2016- © Fabio Polese

IL BORDELLO DI TANGAIL

Novanta chilometri dalla capitale Dacca. Tre ore di macchina verso nord. Siamo a Kandapara, quartiere a luci rosse di Tangail. Una città nella città, fatta di baracche dove circa ottocento ragazze, tra droga e povertà, si vendono al miglior offerente. In Bangladesh la prostituzione è stata legalizzata nel 2000, ma ha origini molto più antiche. È un’eredità del dominio inglese e i bordelli sono aperti da tantissimi anni. Questo è il secondo più grande del Paese. Quelli regolari, ovvero riconosciuti dalle autorità, sono una ventina. Per la legge dovrebbero lavorarci solo ragazze dai 18 ai 55 anni. Ma nella realtà non è così. Ci si accorge immediatamente quando si varca uno dei cancelli in lamiera che ti porta all’interno. Tante sono giovanissime. Le ragazze guardano incuriosite, alcune sorridono. Le loro storie, però, raccontano una vita in bianco e nero. Molte sono nate nel bordello. Figlie di sex workers, non sono mai uscite da quel muro che le separa dal resto del mondo. 

 

Novembre 2016 - © Fabio Polese

© 2019 Fabio Polese

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