La storia di Jimmy: dalla malattia ad una nuova vita dedicata agli ultimi

«Non ci credevo, non volevo crederci. Ma i risultati delle analisi erano chiari, ero sieropositivo da dodici anni senza saperlo»

«Stavo aspettando la morte in un ospedale a Bangkok, dopo che un improvviso malore mi aveva rivelato le mie reali condizioni di salute. Non ci credevo, non volevo crederci. Ma i risultati delle analisi erano chiari, ero sieropositivo da dodici anni senza saperlo».

Inizia così il racconto di Jürgen Francis, soprannominato Jimmy, un sessantaduenne tedesco che ho incontrato al Camillian Social Center di Rayong, il primo centro di accoglienza per i malati di Hiv-Aids aperto nel 1996 in Thailandia da Padre Giovanni Contarin dell'ordine dei Camilliani.

La storia di Jimmy è incredibile. Un passato da portiere professionista in Scozia, poi da ballerino. E ancora il trasferimento nella «Terra dei sorrisi» per seguire una donna conosciuta in Germania, fino alla scoperta della malattia.


Vestito di nero, con una croce che pende ben in vista dalla collana sopra la maglietta e un'altra dall'orecchino destro. Molti tatuaggi sul corpo e l'immancabile lattina di coca cola in mano, quando inizia a parlare non si ferma più.



«Non volevo morire in una squallida stanza di ospedale», mi dice subito. Così, grazie ad alcuni contatti, l'8 novembre del 2011 un'ambulanza lo accompagna al centro dei Camilliani di Rayong, dove è convito di trascorrere gli ultimi giorni della sua vita in pace. Ma qualcosa, per fortuna, non va secondo i piani.

«Proprio qui ho iniziato le cure e pian piano sono tornato a camminare. Appena mi sono ripreso ho deciso di dedicare la mia esistenza alle persone ospiti del centro». Jimmy è sicuro che il suo caso sia stato un vero e proprio miracolo voluto da Dio e, per questo, comunque andrà, assicura, «passerò qui tutta la mia vita ad aiutare gli altri».

Con il sorriso stampato nel viso mi mostra le foto del suo arrivo e scherzando, mi dice di guardarlo ora. Una persona nuova, determinata a donarsi a chi ha il suo stesso problema e spesso, per ragioni culturali, ancora oggi viene estraniato dalla società.

© 2019 Fabio Polese

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